E chiudo le ultime scatole e impacchetto un altro Natale, un’altra festa, un’altra calza. Impacchetto un altro anno.
Stacco le spine delle piccole luci, che torneranno di nuove stipate nelle loro buste a fare compagnia agli attrezzi da lavoro e i vestiti ammuffiti.
Quanto tempo ci vuole per aprire quel grande albero finto, e fare in modo che ogni dicembre torni a sembrare vero, almeno un po’. C’è bisogno di enorme cura. Bisogna aprire ogni ramo, separatamente.
Creare l’illuminazione e le decorazioni e vestirlo a festa. È un lavoro enorme, ma in due è meraviglioso.
Ogni anno combatto contro l’aridità degli eventi, per coltivare il mio orto. Il bambino che ho dentro a Natale si illumina, sono cresciuto così.
Ora l’albero è spoglio, quanto ci vuole poco a richiudere i rami, a farlo tornare finto.
E adesso che tutto è messo a posto, c’è bisogno di fare ordine là fuori.
Ci sono cose che ho lasciato a marcire, bisogni che ho accantonato, compiti che non ho eseguito.
Mi chiedo se questo significa una fuga dalle responsabilità.
O forse tutto il resto del tempo che passa, in cui non è Natale, è una fuga dal bambino interiore.
Tra i cacciaviti e i martelli, tra le scarpe e i cappotti vecchi di anni, il mio albero respira a malapena, e aspetta con ansia di tornare vivo.

Bellissimo, Luca
Spero che come ogni anno anche in questo 2012 quell’enorme abete finto abbia la pazienza di aspettare che per l’ennesimo Natale qualcuno lo riporti a respirare..
Anche il proprietario del grande albero a mio parere avrebbe bisogno di una boccata di ossigeno.
La tua quindicenne preferita.