Mai visti così tanti marshmallows tutti insieme. È tutto estremamente colorato, caldo ed accogliente. Attorno a me ci sono caramelle, dolci della Kinder. Vorrei correre ma non posso, il pannolino mi impiccia. Ma cavolo, perché devo correre se posso volare?
Mi libro verso il soffitto immenso e comincio a ruotare attorno a tutto il cibo e inizio a mangiare schifezze di ogni tipo. Le mie piccole dimensioni mi permettono di intrufolarmi ovunque. Che bello essere un bambino.
A un certo punto vedo lui, bello, grande.
L’uovo di Pasqua di cioccolato bianco.
Sta in un angolo del soffitto. Deve essere mio.
Spicco il volo, con i miei superpoteri, attraverso la barriera laser al di là del quale è nascosto l’uovo. Mi avvicino. Sento nella testa un rumore che non mi piace. Ma che diavolo…
Provo ad avvicinarmi ancora.
Appena mi muovo, quel rumore.
Due colpi distinti. Li ho sentiti bene.
Apro gli occhi. La mia camera. Tiro su con il naso, ho il raffreddore. Si apre la porta piano piano.
“Ehm… c’è un piccolo problema”, mi dice Wendy, il mio coinqulino.
Cerco di riprendere conoscenza, intanto mi alzo dal letto.
“Che cavolo è successo?” grugnisco.
“Guarda.”
Andiamo verso la porta d’ingresso. La chiave è nella toppa. Wendy si avvicina, la gira in un senso e poi nell’altro e mi guarda con la faccia di un cane a cui hanno serrato la cuccia.
“Non si apre.”
“L’avevo capito.”
Idiota. Penso dentro di me, e sfodero la mia forza bruta afferrando la chiave.
E uno, e due…e…niente.
Provo ancora.
No…dai.
“Siamo ufficialmente chiusi dentro”, decreto mentre vado verso il bagno per fare la pipì di un elefante adulto grasso.
Dopo essermi sciacquato la faccia, con la virilità del maschio appena sveglio in pigiama di flanella e babbucce mi dirigo verso la porta sicuro di intraprendere un duello all’ultimo sangue. Wendy è ancora lì, con la giacca e la sciarpetta, che gratta in attesa che il padrone gli venga ad aprire.
Comincio con le cattive.
Continuo con le cattive.
Persevero.
Insisto.
Wendy si toglie la giacca, io arrivo con un lungo e largo cacciavite e un po’ d’olio per lubrificare, e lui subito si piega a novanta, per provare a sbloccare l’ingranaggio da sotto. Se non ci fosse la questione della porta sarebbe una situazione più che imbarazzante.
Perseveriamo.
Insistiamo.
Ha vinto la porta.
Mi tocca chiamare il portiere, ma non so come, quindi devo fare un giro di chiamate tra quelli del palazzo, in modo che lo chiamino.
Arrivano quella del piano terra, quella del piano di sopra, il portiere, e un tipo che stava scendendo per caso ma che sembra però molto partecipe.
Il portiere è un tipo decisamente rude, ma trova un modo carino per consolarmi:
“O ma che cazz’hai fatto? Mo n’esci più”.
Lui e quello che non ho mai visto cominciano ad armeggiare con un cacciavite, mentre io e Wendy guardiamo la porta sconsolati. La lezione per cui doveva uscire è andata a farsi fottere, la mia dormita e il mio uovo di cioccolato bianco, pure. Tanto vale fare colazione insieme.
Mentre mettiamo il caffè sul fuoco, il portiere mi urla di buttargli una copia della chiave dal balcone.
“Ok te la butto verso il garage”
“No macchè. Ao, buttamaa sur prato”.
“Va bene…”.
Esco dal balcone con la chiave e aspetto di vederlo sul prato. Niente. Passano cinque minuti.
Poi, portata dal vento, sento che si sparge tra le fronde una voce argentea:
“Ma ‘ndo cazzo stai?”
Vedo che sta davanti al garage.
“ma…” penso dentro di me.
Ingoio i miei dubbi e esco sull’altro balcone cercando di trovare la mia vena da Pat ragazza del baseball. Wendy segue scodinzolando il mio tiro.
Torno verso la porta, lo aspetto, e dall’occhiello vedo che c’è ancora il tipo sconosciuto che armeggia laborioso sulla serratura, con la folla interessata.
Arriva il portiere e provano a fare un po’ di tentativi con la chiave. Niente.
Poi l’uomo sconosciuto dice al portiere:
“Dobbiamo provare con una lastra. Che ne so di cartone, di plastica così proviamo a far scattare la serratura.”
“Bravo chicco, mo vado”
Cinque minuti dopo torna con qualcosa in mano e prova ad infilarla. La intravedo nelle fessure ai lati della mia porta.
Vedo qualcosa di strano, non capisco cos’è.
Guardo meglio e mi rendo conto che il portiere ha preso il consiglio troppo alla lettera.
È una lastra. Tipo di un polmone.
“Ma… cos’è?” chiedo.
“E’ a lastra der gatto mio. Sti cazzi, ‘nnasse affanculo”.
Ormai Wendy ride.
Perseverano.
Insistono.
Provano con la chiave. Poi con la lastra del gatto, poi col cacciavite. Infine, presi dalla rabbia, con calci, pugni e qualche testata.
“C’amo provato. Nun potemo fa niente”.
Li ringraziamo, sconsolati.
Adesso l’unica è chiamare un fabbro.
Dopo un’ oretta arrivano due tipi. Uno è così grosso che dall’occhiello non riesco a vederlo tutto.
Cominciano con la chiave.
Poi con un cacciavite.
Poi con calci e pugni.
Pure loro.
Nel frattempo gli chiedo il preventivo di quanto mi costerà questa mattinata, e saputo il prezzo spero che non riescano ad aprire più la porta.
Continuano a battere con qualcosa di estremamente pesante e cominciano a trapanare, a dare botte fortissime.
Io e Wendy ci guardiamo, indifesi, e ci sentiamo due fanciulle sotto assedio da due orchi che vogliono il bottino.
Alla fine l’ariete vince, e la porta cede.
1-0 per il fabbro e il suo enorme assistente.
Non so se piangere per la ritrovata libertà o per i soldi che devo a questo rinoceronte travestito da aiuto fabbro.
Gli porto i soldi, tanti, e li salutiamo.
Io vado in balcone a prendere una boccata d’aria, Wendy comincia a preparare il pranzo.
Mentre prendo le misure da qui al giardino, pensando che la prossima volta che succede salto dal balcone, cerco tra gli alberi il punto nascosto per attraversare la barriera laser e tornare a volare, con la spensieratezza di un bambino, verso il mio uovo di cioccolato bianco.

Ebbene sì, è tutto vero.. ma il peloso (l’autore creativo del commento, nonché titolare del blog, nonché mio coinquilino) ha omesso la bella chiaccherata sul senso della vita, degli eventi e dei non-eventi.. che non poteva mancare in una mattinata chiusi dentro casa e dopo aver profumatamente pagato uno che ci ha rotto la porta per aggiustrarla!
Ve la racconto io, in breve, almeno quelle cose che mi sono rimaste più in mente. Perché le cose brutte? Perché la sfiga sembra accanirsi sempre con quei soliti pochi? No lo sappiamo. Ma sappiamo che c’è una via, un modo di vivere la vita che ti fa trovare il senso anche dove questo non c’è, che ti fa dare un senso anche a quelle cose, a quegli eventi che non lo hanno. E noi dopo averlo detto ci guardiamo indietro, guardiamo alla nostra vita di oggi e.. cazzo, è vero! Tanti non sensi della nostra vita ci permettono oggi di vivere con altrettante ricchezze che oggi non potremmo avere.. “ma se mi chiedi di fare il cambio non so che sceglierei” dice Samuele Bersani (che è anche venuto a Mamre, oh!).
“Un giorno, potrai dire a tuo figlio che se sei ancora in grado di prenedere un mutuo, magari per pagare la casa in cui abitate, è perché c’era uno che cerava casa…” qunidi c’è sempre qualcuno che ti accompagna, non esiste non-senso in grado di offuscare del tutto il Senso.
Sono sempre più invidioso di questa situazione di convivenza
Non si può certo dire che ci si annoi a casa vostra.
Forse la vita non ha bisogno di essere “farcita”, è già abbastanza strana così.
Tipo che ti svegli una mattina e, senza nessun motivo apparente, la porta che fino al giorno prima faceva impeccabilmente il lavoro della porta, ora fà il muro.
Ma l’importante resta come la guardi.
L’importante è saper riconoscere che, senza una serratura pazza, non avresti mai potuto citare una frase come:
“E’ a lastra der gatto mio. Sti cazzi, ‘nnasse affanculo”.
E se non lo ha detto davvero… non voglio saperlo.