Un altro scatto. Forse più centrale. Un altro ancora. No forse era meglio prima. Più contrasto. E dai stai ferma un attimo. Proviamo più a sinistra. No così fa proprio schifo. Dai ti ho chiesto di stare ferma un attimo. E se cambio proprio punto d’appoggio? Forse di là è più bello. Il sole si vede meglio. Dai ti prego calmati, ti ho detto che papà deve lavorare.
Il fotografo mette un po’ a fuoco il suo obiettivo. Sono già quasi due ore che è alla ricerca della foto definitiva da mandare al concorso. A queste bisogna aggiungere le altre due ore passate in macchina per arrivare lì. Nel progettare le foto da fare, si era ricordato di quel bellissimo panorama che aveva visto quando era bambino. La sentiva ancora oggi l’emozione che aveva provato quella volta. Era sicuro di riuscire a fare una foto fantastica che avrebbe sbaragliato la concorrenza. Se solo fosse riuscito a mettere nello scatto tutta quella sensazione di esplosione che gli procurava quel luogo, sarebbe certamente venuta fuori un’immagine piena di carica. Eppure dietro la macchina fotografica quel posto era spento. Era un libro bellissimo senza firma né copertina. Il fotografo stava cominciando ad innervosirsi, era quasi fuori il tempo limite e quel concorso gli avrebbe aperto tantissime strade. Gli avrebbe procurato mille occasioni. Come se non bastasse, la sua piccolissima figlia era irrequieta. Correva avanti e indietro, e spesso passava davanti alla macchina rovinando anche la più bella delle inquadrature. Ogni due minuti ripeteva: “Hai finito papà? Quand’è che stai un po’ con me?”. E il padre dava sempre risposte vaghe. Non voleva andarsene da lì. Non senza una foto degna di nota. “Mi avevi promesso che andavamo a prendere il gelato!”. Passata un’altra mezz’ora la bambina non resiste e comincia a ballare intorno al padre e per sbaglio gli fa cadere gli occhiali. Il fotografo biascicando qualche parola si china per riprenderli e mentre rialza la testa nota con orrore che la figlia sta toccando a casaccio i tasti minuscoli della macchina fotografica. “Oddio mi avrai scombinato tutte le impostazioni! Dai fermati!”. La bambina comincia a correre, alla luce di quel tramonto su e giù per la collinetta, passando davanti all’obiettivo. Il padre la rincorre pazientemente cercando di metterla a sedere. Nonostante la rabbia per la perdita di tempo non riesce a non notare quanto con quei riflessi, la sua bambina sia semplicemente stupenda. E alla fine pensa che la foto, il concorso, sono possibilità. Sua figlia è lì, è viva.
Proprio in quell’istante, mentre ha raggiunto la bambina in quella corsa infantile, avverte il rumore della macchinetta. Una serie di scatti. “Ma come diavolo hai fatto a inserire l’autoscatto?”. Dopo aver acciuffato la figlia, il fotografo si avvicina lì dove aveva posizionato il cavalletto.
Meraviglia.
La critica si trovò concorde nel premiare la semplicità e la bellezza di una foto che ritraeva i contorni sfocati di un padre e di una figlia che si rincorrono al tramonto.
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“Nessun progetto si realizza” mi ha detto una persona. Nessun progetto arriva al completamento così come era stato concepito. Nessuno arriva alla destinazione del proprio viaggio esattamente come era partito e percorrendo esattamente il tragitto che aveva programmato. Realizzare un progetto è rendere vivo un concetto. Realizzare un progetto è scontrarsi con la realtà, con i limiti strutturali e con quelli imposti successivamente. Realizzare un progetto è saper aggiungere dettagli. È saper sperimentare il fallimento. È sapere accettare ciò che viene, e non rifiutarlo solo perchè “non era esattamente ciò che avevo in mente”. È saper accogliere ciò che c’è attorno, e l’aiuto anche di chi non sembra adeguato. Non dover rinunciare a qualcosa solo perché sembra un errore. Realizzare un progetto è riuscire ad avere sempre presente, nonostante tutto, cos’ è nel profondo ciò che conta per davvero. Anche se questo sembra portare lontano, verso un’altra strada. È saper correggere il tiro, anche ad opera già iniziata.
Realizzare un progetto è diventare quel progetto, diventarne parte integrante.
La colonna centrale del palazzo più bello è il proprio architetto.
E se si progetta senza la voglia di correre insieme a chi si ama, e per chi si ama, anche il tramonto più suggestivo perde di senso.

Sì, l’unico modo di fare una foto splendida è… farla per sbaglio.
Se poi anche la giuria non avesse dovuto premiarla come la miglior foto, lo sarebbe di sicuro stata per il fotografo.
Certo, è un bel pugno in faccia scoprire la bellezza delle cose solo attraverso una foto sfuocata. Siamo così ciechi?
Forse no, infatti il fotografo lo vede da prima che la figlia è bellissima.
Ma “semplicemente” non ci pensa che è quella l’esperienza di cui vivere, l’esperienza da condividere, l’esperienza che rende perfettamente anche quando è vista sfuocata.
Perché?
sei sempre bravissimo Dieghito.
Bello! Un bel regalo questi tuoi pensieri!
Bello.. mi ha fatto pensare al difficile equilibrio da trovare nel realizzare un progetto o sé stessi come progetto, tra la sicurezza di ciò che hai in mente di voler fare, di voler realizzare e l’inedito che ti si presenta, dentro e fuori di te.. che ti spiazza, ti ferisce, ti graffia..poi quando l’accogli sperimenti la dolcezza di una nuova forma di vita mai aspettata e conosciuta, ma la paura del graffio rimane ed ogni volta sei chiamato a scegliere, se lasciare qualcosa per far spazio al nuovo o rimanere nella struttura che inizialmente avevi in mente..
sono io l’anonimo…