A volte per non cambiare strada, si cerca di cambiare le scarpe.
Mi chiedo per quanto tempo sono rimasto addormentato a farmi trasportare lungo le curve e i rettilinei, ad ignorare le possibile fermate, a non accorgermi della gente in piedi attorno a me.
Adesso apro gli occhi, e vedo uno scenario nuovo. Ci sono molti più posti vuoti, molti di più rispetto a prima.
Mi sono svegliato durante il tragitto, e non ho ancora capito bene dove sono, se ho oltrepassato il cartellone giallo, se ho continuato su una strada che non era mia.
Sono cambiate le persone, è cambiato tutto. Non c’è Silvia, non c’è la Filippina, non c’è la Maestra, non c’è la zitella, la studentessa. Ma dove cavolo sono finiti tutti? Dov’è andato il banchiere? E dov’è Fanny?
Due occhi piccoli, neri, tra il grigiore appannato di colori sbiaditi, mi fissano, sorridenti.
Una mano piccola, su di una bocca ancora più piccola, imita uno sbadiglio. Mi ha scoperto.
C’è un minuscolo bambino, annegato tra i pantaloni e le gonne delle persone che in piedi, alla meno peggio, si reggono ai sostegni, che ha assistito al mio risveglio, e l’ha trovato molto divertente.
Si stropiccia gli occhi e mi guarda ancora. L’altra manina è salda, nella presa di sua madre.
Piano piano prendo conoscenza ma non capisco dove sono. Quante cose sono stato capace di lasciarmi alle spalle, e l’ho fatto così bene che non so come ritrovarle.
Sulle mie ginocchia, sopra la borsa, c’è il libro che stavo leggendo prima di addormentarmi.
Poi sento una voce familiare, ma non capisco subito. Qualcuno parla, con tono tra il serio e l’ironico. E’ il ragazzo racconta-storie. Mi concentro per sentire cosa dice; sta parlando di politica. Anche per lui, i discorsi sono cambiati. Parla delle elezioni, di chi voterà chi, del perché quella sarà sconfitta e perché quella vincerà.
In fondo, tra gli ultimi sedili, c’è un gruppetto di liceali che sta andando a scuola. Tutti maschi, tutti brutti, tutti coperti di capelli e brufoli, tutti felici. Stanno puntando una ragazza dai lineamenti orientali, più grande di loro, vicino alla porta d’entrata. Lei ha capito tutto, è bella e sveglia.
Finge di guardare fuori dal finestrino, e per farlo muove la testa quanto basta per far ondeggiare i capelli. Una cascata infinita di un nero così intenso da mollare tutto, rapirla e partire per l’Isola di Pasqua a festeggiare un matrimonio in mezzo ai Moai.
I ragazzini non capiscono più nulla, e sembrerebbe così anche per un vecchietto seduto davanti a loro che li guarda con un beato sorriso sdentato.
Tra di loro ce n’è uno però, che non ha neanche alzato la testa. È chino su di un libro di letteratura e non si accorge di tutto il resto. E’ un po’ più carino degli altri, ma infinitamente più trasandato. Gli altri, nei momenti, pochi, in cui non guardano la giapponesina, lo prendono in giro.
Fuori il tempo non si concede decisioni, la primavera è arrivata ma siamo tutti vestiti da neve. Il sole non si sbilancia e le nuvole accomodate nei loro posti sembrano far finta di nulla.
Mentre scruto le persone scorgo due volti familiari. Seduta in pizzo, in un posto più o meno di fortuna c’è la Filippina, e poco più avanti il banchiere.
La Filippina è molto più magra rispetto all’ultima volta, e non vedo tracce di panini tra le sue mani.
Il banchiere sta guardando dei numeri con tante piccole frecce e degli appunti a lato, scritti con il pennarello. Sembra concentratissimo, e a bassa voce fa dei piccoli conti.
Durante il tragitto, osservo le macchine. Tutti in fila, da soli al posto di guida. Intravedo il locale che prima era del negozio di tappeti. Ora ci sono muri bianchi, calcinacci e tre operai con le tute sporche e delle bottigliette di birra in mano.
Il minuscolo bambino ha una cuffia nell’orecchio sinistro, e ascolta della musica dal cellulare della madre. Cerca nel frattempo di inspirare tanta aria quanto basta per non svenire, dal finestrino semiaperto sopra di lui. La giapponesina come presa da una vampata di calore, si srotola dal collo la sciarpa rossa in una maniera così lenta da destare l’attenzione di tutti.
E’ come se si fosse aperto il sipario e tutti stessero aspettando di vedere lo spettacolo. I liceali hanno il biglietto in prima fila.
La giapponesina ha delle mani piccolissime, semplici ma molto curate, che poggia delicatamente sulle pieghe del tessuto. Ha gli occhi nerissimi. Comincia togliendo il lembo che copriva leggermente la parte inferiore del viso, scoprendo delle labbra rosa, minute e carnose, con un velo di lucidalabbra.
Il vecchio sdentato ha quasi un infarto.
Le sue mani girano ancora attorno al collo e concedono alla vista una pelle delicatissima e una piccola catenella di oro bianco. La catenella fa un giro largo e arriva fino alla fine della piccola scollatura della maglietta. Attaccata alla catenella, qualche centimetro sopra il seno, un ideogramma che non posso comprendere.
I liceali sono incantati, come di fronte a un’opera d’arte. Dalle loro facce sembrano essere nella più bella e inaspettata delle gite scolastiche. Hanno seguito tutto il movimento in religioso silenzio.
La giapponesina, concentrata nell’operazione, li vede solo ora, e sorride.
Il ragazzo racconta-storie, continua a parlare di politica con due suoi amici, che ascoltano incessantemente le sue dissertazioni da venti minuti. Fa una attenta analisi degli schieramenti non nascondendo la sua parte politica. Parla di alcuni personaggi politici, ad uno ad uno, e spiega perché sta dalla loro parte. E adesso è il turno dei due amici che controbattono, spiegando per quale motivo bisogna stare dalla parte dell’altra candidata. E il discorso continua così per altri dieci minuti.
Il bambino, che si era tolto la cuffia appena i ragazzi avevano cominciato ad infervorarsi, e aveva ascoltato la loro parlantina per lui incomprensibile, ad un certo punto alza la testa verso la madre, impegnata a reggersi, tenere una borsa enorme e stringere la sua mano, e con uno sguardo ingenuo le chiede “mamma, ma te da che parte stai?”.
Lei, colta di sorpresa, lo fissa con uno sguardo pieno di tenerezza, gli accarezza i capelli, e risponde: “dalla tua”.
