E gli uomini della Terra vennero su Marte.
Vennero perché avevano paura, o perché non l’avevano, perché felici, o infelici, perché erano come i Padri Pellegrini che avevano fondato le colonie americane, o perché non erano come i Padri Pellegrini. Ognuno aveva avuto le sue buone ragioni per venire su Marte. Cattive mogli da abbandonare, lavori ingrati, città inospiti; ed essi venivano su Marte per trovare qualcosa, o lasciare qualcosa, o ottenere qualcosa, per scavare qualcosa, o seppellire qualcosa, o lasciare una volta per tutte in pace qualcosa. Venivano con piccoli sogni, o sogni immensi, o niente sogni del tutto. Ma un dito governativo vi si appuntava contro, in molte città, da un cartellone stampato a quattro colori: C’E’ LAVORO PER TE NEL COSMO: VIENI SU MARTE! e gli uomini avevano cominciato a mettersi in fila, qualche diecina, in principio, quaranta o cinquanta al massimo, perché gli uomini nella stragrande maggioranza sentivano quell’immenso malessere nel petto ancor prima che il razzo si lanciasse in una serie assordante di scoppi nello spazio. E quel male si chiamava “la solitudine”, perché quando vedevi la tua città natia rimpicciolirsi come il tuo pugno, e poi raggrinzirsi fino a non essere più grossa di un limone e finalmente, ridotta a una capocchia di spillo, svanire nella scia di fuoco del razzo, tu ti sentivi come se non fossi mai nato, e non ci fosse nessuna cittadina natia nell’infinito, ti sentivi nel nulla, con tutto quello spazio intorno a te e niente di familiare, soltanto un pugno di altri uomini sconosciuti. E quando l’Illinois, lo Iowa, il Missouri, o il Montana svanivano nell’oceano di vapori e, ancor di più, quando tutti gli Stati Uniti si riducevano a un’isoletta nebbiosa e l’intero globo della Terra diveniva una palla da baseball fangosa, scagliata nello spazio, allora tu eri veramente solo, vagabondo nelle praterie dello spazio, in viaggio per un luogo che non potevi nemmeno immaginare.
Così che non c’è da stupirsi se i primi coloni su Marte furono pochi. Il numero poi si accrebbe di continuo proporzionalmente al numero di uomini della Terra già presenti su Marte. C’era una certa consolazione nel sentirsi sempre più numerosi. Ma i primi Solitari dovettero starsene da sé, ognuno per conto suo…
(Da "Cronache Marziane", Ray Bradbury)

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E mo prima o poi me lo devi prestare!
Lo stesso immenso malessere che assale me quando metto le mani sul pianoforte. Anche questo male si chiama "solitudine", quando ti ritrovi da solo a coltivare qualcosa che a nessuno interesserà e se qualcuno ti ascolterà, aspetterà la fine di quelle note per dirti un "bravo" che t\’interessa quanto a lui interessa ciò che le tue note dicono. E in quel momento ti senti inutile al mondo. Perchè il tuo scopo era raccontare qualcosa. Ma a nessuno interessa ciò che vuoi raccontare. La musica è un linguggio che capiamo solo noi musicisti. E spesso neanche i musicisti lo capiscono, preferendo nascondere le proprie insicurezze dietro ai virtuosismi che in tanti anni di studio ha imparato a rendere naturali come lo scorrere di un fiume, un fiume di emozioni che non emergeranno mai, e chi riuscirà a farle emergere rimarrà incompreso tutta la vita come un egocentrico che vuol fare bella figura davanti agli altri. Come una ragazza che ami alla follìa che preferisce trascorrere il suo compleanno senza di te, perché in fondo non crede che tu sia uno dei più bei regali che la vita le abbia fatto, perché vede l\’amore come un gesto di egoismo di possesso di una persona, non unione di tante piccole cose che tutte insieme potrebbero dar vita a una storia davvero magica. La vita è solo piatta. Il popolo italiano vuole solo le comodità. E quando le trova, ne vuole altre, per mascherare l\’inutilità che caratterizza la sua vita priva di soddisfazioni.
E così alla luce di certe riflessioni, ritorno a studiare microbiologia.