Dopo mattinate di studio, notti goliardiche, pomeriggi di esami e stanchezze che vorrei poter limare con sano e meritato sonno spaparanzato, vengo spedito su commissione nell’unico posto dove non vorrei essere in un’afosa mattinata di giugno.
È mezzogiorno, il demone meridiano è tra noi, il sole, in vetta nel suo cielo, dominante, è nella precisa condizione che rende impossibile, impossibile sulla terra, trovare ombra.
Ma l’eccezione si fa conferma, e nel posto dove sto per andare, in compagnia di Fester, le dimensioni sfidano le leggi naturali e creano, appunto, ombra.
La Padrona, ha deciso che vuole un mobile di legno con sportelli in vetro, nel quale poter sfoggiare in salotto le sue milleduecentotrentasette bambole di porcellana.
E lo ha visto all’E.P.C.
Parcheggiamo con fatica la macchina nel sotterraneo e ci dirigiamo verso l’Enorme Parco giochi per Casalinghe.
All’ingresso, prima delle porte a vetri, ci sono tutte le foto dei dirigenti e dei responsabili, che tentano di dare al cliente la vivifica idea che l’E.P.C sia diretto da gente in carne e ossa, che non ti trovi in un negozio marziano, che chi pensa che la globalizzazione ha privato il cliente del rapporto umano col commerciante è un fallito antiprogressista.
All’interno dell’E.P.C tutto assume una perfezione irritante.
Il paesaggio che vi si trova è chiaramente industriale e asettico, ma le tinte blu e gialle sembrano voler dare al tutto un aspetto infantilizzante e ammorbidente.
Le silenziose scale mobili ci trasportano al piano superione dove non c’è musica, ma un lento e isocrono rumore che a lungo andare provoca sicuramente assuefazione.
Cerchiamo invano di orientarci ma per orientarsi serve un centro, cosa che l’E.P.C non ha. Traspare una metropolitana concezione dello spazio nel quale l’unico modo per trovare la strada, è perdersi.
Seguendo la febbrile ansia agitata di Fester mi rendo conto che lui questa regola l’ha capita molto in fretta, tanto è vero che stiamo girando senza meta tra armadi, porta cd, e librerie da almeno mezz’ora.
Il mobile, lo ha visto lei. Come facciamo a trovarlo, noi.
Fester che soffre evidentemente di dissociazioni, ad ogni angolo punta un mobile esclamando soddisfatto “è questo”, non importa che sia un lampadario, un televisore, o un futuristico porta dvd in acciaio.
Forse troviamo qualcosa che potrebbe somigliare a ciò che La Padrona ha chiesto, ma ripeto, potrebbe.
Proprio mentre siamo assorti nella contemplazione di un mobile totalmente in vetro con dei ripiani, incorniciato da abete e all’interno un neon di quelli che fanno rincoglionire i pesci nei lussuosi acquari, sento, dietro di me, una grossa voce che ci chiede “Siete di qui? Posso chiedere a voi?”.
Vorrei imprecare, poiché devi essere stupido per non renderti conto che un sessantacinquenne pelato con un orribile maglietta rossa sfolgorante, e un ragazzo con dei pantaloni improponibili, non possono lavorare qui, dove tutti i dipendenti, hanno l’abbigliamento Simil-Playmobil gialloblù, non possono.
Con questi pensieri mi giro, trovo dietro di me Bud Spencer.
Cosa ci faccia nell’Enorme Parco giochi per Casalinghe, Bud Spencer, ho rinunciato a chiedermelo.
La cosa che mi sciocca è un’altra.
Il mio eroe, l’omone che mi ha fatto ridere a crepapelle davanti alla tv nei migliori anni della mia infanzia, la persona che quando aveva qualcosa in contrario prendeva a botte 38 persone alla volta.
È qui.
Ma con i capelli bianchi, il bastone, due occhiaie rosse e viola. È alto come me, forse di meno.
E non è solo. Vicino c’è quello che faceva il cattivo in tutti i film, che non diceva mai niente, ma prendeva solo cazzotti. Ogni tanto si rialzava, qualcuno si accorgeva di lui e ricominciavano i cazzotti.
Fester consiglia Bud e gli stringe la mano, cosa che faccio anch’io.
L’altro ci guarda impaurito. Forse pensa che lo vogliamo menare.
Bud lo guarda, gli fa un cenno minaccioso e indica la cassa-informazioni. Lui lo segue.
Continuiamo il nostro tragitto tra cuscini e vasi colorati e altri oggetti della fredda praticità svedese, sicuri di prendere quella vetrinetta, tentando di non pensare al fatto che non è un mobile di legno con sportelli di vetro.
Ci siamo persi di nuovo.
Cerchiamo il magazzino, seguendo frecce che conducono sempre a sinistra, tracciando un percorso perfettamente circolare.
A lato sulla destra c’è il ristorante, nel quale ricordo di essere stato tempo prima, e mi salgono alla mente una pasta al pesto in fibra sintetica con sughetto in vetroresina e delle ottime polpette di polistirolo non biodegradabili.
Giungiamo finalmente in un luogo cattedralico e mastodontico. Tutto è precisamente ordinato secondo numeri, scaffali, codici.
Sul soffitto ci sono degli enormi tubi, che sembrano essere una sorta di souvenir extraterrestre.
È tutto così grande.
Mi fanno credere di avere il dominio, grazie al self-service. Ma so che non è così. Sono piccolo, con le spalle al muro. Ci sono oggetti che sembrano animati. C’è una poltrona nera, lucida, con le rotelle sotto. È appesa quasi al soffitto, pendola da uno scaffale come se volasse. E mi penetra negli occhi.
Probabilmente è il suo mondo, certo non il mio.
Ho come l’impressione che da un momento all’altro qualcosa si potrebbe svegliare. L’anima pulsante dell’E.P.C. che risiede qui dentro.
Le luci al neon, fisse, rendono questo magazzino ancora più industriale. E sembra che il tempo non si muova.
Credo di essermi assuefatto al rumore isocrono. Cacchio lo sapevo.
Prendiamo la nostra vetrinetta allo scaffale 14 posto 0, la carichiamo su un carrello gigante.
Torniamo nella parte acquisti in cerca della cassa.
Mi guardo intorno, e vedo una scena inaspettata: un banchetto che vende fiori finti. Ci sono delle commesse che li intrecciano e si fanno delle ghirlande colorate. Se le cingono intorno alla testa.
È il segno che l’umanità è recidiva e in mezzo ai giganti tenta di trovare uno spazio per sopravvivere.
Questo spazio è un immotivata ghirlanda di fiori. Qualcosa che non ha fini commerciali, qualcosa che non è stato programmato, qualcosa che non serve.
In questo momento, mi accorgo che in questo angolo di E.P.C, è arrivata la musica.
E io la conosco.
E mi ricorda l’adolescenza, mi ricorda l’amore.
Ora sento il pungente bisogno di rivedere la mia donna. La vorrei qui, ora.
E invece c’è Fester con una vetrinetta, non con un mobile di legno con sportelli di vetro.

non dimenticati che bud spencer stava pure sui cartelloni pubblicitari a dirti di votare per forza italia!E.P.C…. geniale! Mi piacciono questi scritti redatti da te
Ciao ciao!
la tua donna è sempre disponibile(esami permettendo!)…quando vuoi chiamala…un infinità di baci tesoro
E.P.C….mi ricorda un sacco IKEA?!? Mi dispiace per il mobile di legno mancato.. forse avresti dovuto portare un autografo di Bud per fare ammenda ;0)
non so davvero che dire… sembra scritto da uno scrittore professionista … ma questo non posso assicurartelo dato che ho letto giusto paperino, nonna papera astronauta… ah e così parlò Zarathustra… cmq Ero Più Contento prima… bah
hahahaha!! bello diegazzi!!!ma era davvero bud spencer?
comunque… lo studio mi da alla testa!!!
un bacio chiara
daje irene ce l\’hai fatta=)=)